Proprio in questi giorni è in uscita un libro nuovo pubblicato dalla nostra casa editrice. Si tratta di Tavole d’autore, 14 stylist, 14 modi di ricevere di Francesca Moscheni, che di quest’opera è autrice e straordinaria fotografa. Dico nuovo, non solo perché è fresco di stampa, e non solo perché inaugura un nuovo filone produttivo che Bibliotheca Culinaria intende perseguire, che è quello degli stili del ricevimento e degli oggetti della tavola e dell’ospitalità.
Questo libro è nuovo nella sua concezione perché racconta la tendenza del modo di concepire l’ospitalità della tavola oggi in Italia, e lo fa attraverso una duplice lente di ingrandimento. La prima è quella dei 14 stylist stessi che hanno allestito ognuno una diversa situazione di ospitalità, spaziando dal pranzo in giardino alla festa di compleanno, dall’anniversario alla serata in balera, e molte altre occasioni particolari. La seconda lente di ingrandimento è quella di Francesca che sovrapponendo a queste interpretazioni della tavola la sua personale angolazione di lettura, ha restituito a chi guarda e legge, non solo un reportage, ma un mondo di riferimenti storici, culturali e di design. Ne esce così una visione del senso dell’ospitalità italiana oggi, che evidenzia come lo stile più tradizionale e quello più anticonformista possano sposarsi armonicamente offrendo soluzioni e suggerimenti che possono essere fonte di ispirazione per rinnovare il modo di ricevere e stare a tavola. Da queste immagini si nota che la storia degli oggetti della tavola, e dei modi di ospitare muta in continuazione, ma resta, fortunatamente inalterato, il desiderio di condividere il pasto e il piacere della convivialità.
Sembrano passati anni luce da quando la professione dello stylist non esisteva ancora, e al fotografo di still life si affiancava la figura dell’art director. Ricordo che usavamo l’aspirina per rinfrescare la schiuma di una birra, che la pasta la facevamo appena scottare, giusto il tempo che perdesse la sua rigidità e poi la si immergeva in una soluzione di acqua e poco zafferano per renderla di un bel colore giallino, ma soprattutto ricordo l’incaricato di Richard Ginori che arrivava con due grandi valige da trasporto per piatti. Le valige venivano appoggiate sul piano da lavoro, aperte con cautela come un prezioso scrigno, ogni piatto veniva controllato e poi passato con calma con un panno morbido fino alla perfezione di nitidezza e lucentezza. Ricordo la signora della vicina lavanderia che veniva a stirare tovaglie e tovaglioli e dopo averlo fatto, accarezzava il suo lavoro soddisfatta. La cosa che mi è rimasta più impressa nella mente, è che misuravano con il centimetro, anzi al millimetro, la distanza tra una posata e l’altra, tra un gruppo di bicchieri e l’altro, perché, allora, nessun fotografo degno di questo nome, avrebbe mai accettato di fotografare una mise an place, dove la simmetria non fosse maniacalmente perfetta e dove ogni oggetto non fosse stato sistemato in quel formale ordine che distingueva una apparecchiatura di alta classe da quella di una massaia arricchita. Era tanto tempo fa: era l’epoca delle tavole imbandite e dell’ospitalità intesa come rappresentazione del proprio status.
Le cose oggi sono molto cambiate nella forma, anzi nella trasgressione della forma, ma rompere le regole, permettersi azzardi stilistici e mescolare materiali e forme, epoche e culture non corrisponde forse in ugual misura anche oggi all’ostentazione del proprio ruolo sociale? In fondo l’apparecchiatura della tavola risponde sempre alla stessa esigenza e si manifesta come un allestimento teatrale che deve rappresentare l’immagine che desideriamo offrire di noi, oggi come ieri “ricevere” significa anche mostrare, raccontare, e nel migliore dei casi stupire.
Passata la moda dei pasticcieri improvvisati pronti ad impacchettare qualsiasi cosa in pasta di zucchero color pastello, i professionisti riescono a far apprezzare ancora di più la loro maestria.
Il profumo di mandorle e di canditi accompagna la stagione natalizia come una misteriosa presenza. Si immagina che i loro aromi singolari abbiano per molti italiani l’effetto della madeleine di fama proustiana: al primo sentore, si torna bambini.
E’ la stagione delle feste e mentre gran parte delle persone si prepara a divertirsi, tende a dimenticare che tutto ciò è possibile perché altri stanno lavorando.
C’era una volta la tavola imbandita
Proprio in questi giorni è in uscita un libro nuovo pubblicato dalla nostra casa editrice. Si tratta di Tavole d’autore, 14 stylist, 14 modi di ricevere di Francesca Moscheni, che di quest’opera è autrice e straordinaria fotografa. Dico nuovo, non solo perché è fresco di stampa, e non solo perché inaugura un nuovo filone produttivo che Bibliotheca Culinaria intende perseguire, che è quello degli stili del ricevimento e degli oggetti della tavola e dell’ospitalità.
Questo libro è nuovo nella sua concezione perché racconta la tendenza del modo di concepire l’ospitalità della tavola oggi in Italia, e lo fa attraverso una duplice lente di ingrandimento. La prima è quella dei 14 stylist stessi che hanno allestito ognuno una diversa situazione di ospitalità, spaziando dal pranzo in giardino alla festa di compleanno, dall’anniversario alla serata in balera, e molte altre occasioni particolari. La seconda lente di ingrandimento è quella di Francesca che sovrapponendo a queste interpretazioni della tavola la sua personale angolazione di lettura, ha restituito a chi guarda e legge, non solo un reportage, ma un mondo di riferimenti storici, culturali e di design. Ne esce così una visione del senso dell’ospitalità italiana oggi, che evidenzia come lo stile più tradizionale e quello più anticonformista possano sposarsi armonicamente offrendo soluzioni e suggerimenti che possono essere fonte di ispirazione per rinnovare il modo di ricevere e stare a tavola. Da queste immagini si nota che la storia degli oggetti della tavola, e dei modi di ospitare muta in continuazione, ma resta, fortunatamente inalterato, il desiderio di condividere il pasto e il piacere della convivialità.
Sembrano passati anni luce da quando la professione dello stylist non esisteva ancora, e al fotografo di still life si affiancava la figura dell’art director. Ricordo che usavamo l’aspirina per rinfrescare la schiuma di una birra, che la pasta la facevamo appena scottare, giusto il tempo che perdesse la sua rigidità e poi la si immergeva in una soluzione di acqua e poco zafferano per renderla di un bel colore giallino, ma soprattutto ricordo l’incaricato di Richard Ginori che arrivava con due grandi valige da trasporto per piatti. Le valige venivano appoggiate sul piano da lavoro, aperte con cautela come un prezioso scrigno, ogni piatto veniva controllato e poi passato con calma con un panno morbido fino alla perfezione di nitidezza e lucentezza. Ricordo la signora della vicina lavanderia che veniva a stirare tovaglie e tovaglioli e dopo averlo fatto, accarezzava il suo lavoro soddisfatta. La cosa che mi è rimasta più impressa nella mente, è che misuravano con il centimetro, anzi al millimetro, la distanza tra una posata e l’altra, tra un gruppo di bicchieri e l’altro, perché, allora, nessun fotografo degno di questo nome, avrebbe mai accettato di fotografare una mise an place, dove la simmetria non fosse maniacalmente perfetta e dove ogni oggetto non fosse stato sistemato in quel formale ordine che distingueva una apparecchiatura di alta classe da quella di una massaia arricchita. Era tanto tempo fa: era l’epoca delle tavole imbandite e dell’ospitalità intesa come rappresentazione del proprio status.
Le cose oggi sono molto cambiate nella forma, anzi nella trasgressione della forma, ma rompere le regole, permettersi azzardi stilistici e mescolare materiali e forme, epoche e culture non corrisponde forse in ugual misura anche oggi all’ostentazione del proprio ruolo sociale? In fondo l’apparecchiatura della tavola risponde sempre alla stessa esigenza e si manifesta come un allestimento teatrale che deve rappresentare l’immagine che desideriamo offrire di noi, oggi come ieri “ricevere” significa anche mostrare, raccontare, e nel migliore dei casi stupire.
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